Manifestazione per riaprire Shuhada Street

Thursday, 25 February 2010 00:00 Maria Chiara Rioli
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Si è svolta ieri pomeriggio la dimostrazione che ogni anno a Hebron chiede la riapertura ai palestinesi di Shuhada street, la principale arteria stradale della città, tra le più importanti dell'intera Cisgiordania.

 

La protesta del 25 febbraio è un appuntamento che si ripete ogni anno e ricorda il massacro di Hebron nel 1994, quando il colono israeliano Baruch Goldstein fece irruzione nella moschea di Abramo della città e uccise 29 palestinesi. Quest'anno però la dimostrazione ha avuto un significato particolare, cadendo nei giorni dell'annuncio espresso domenica dal primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu di includere nella lista dei monumenti ebraici la moschea di Abramo a Hebron, tra i luoghi più importanti della tradizione islamica, e la tomba di Rachele a Betlemme. Lunedì numerosi partiti politici e associazioni avevano dichiarato lo sciopero generale ad Hebron, seguiti martedì dal distretto di Betlemme.

 

open shuhada


Da lunedì a Hebron si registrano scontri e vari analisti e giornalisti temono che questo possa costituire l'inizio di una terza Intifada. Anche se la protesta è rimasta nonviolenta, la polizia palestinese e l'esercito israeliano hanno tentato di disperdere la manifestazione con gas lacrimogeni e bombe sonore. In seguito alle inalazioni di gas lacrimogeni, i feriti sono stati  numerosi, tra cui  Mustafa Barghouthi, ex ministro palestinese dell'informazione. Un fotografo italiano dell'Agence France Press, Marco Longari, è stato arrestato ieri dall'esercito israeliano nel corso degli scontri per la riapertura di Shuhada street e in seguito rilasciato.

Shuhada street è la principale strada del centro di Hebron ed è uno degli esempi più drammatici e significativi della politica di occupazione e separazione in tutta la Cisgiordania. Secondo il protocollo che definisce lo statuto di Hebron del 1997, la città è divisa in due parti: H1 sotto l'autorità palestinese e H2 sotto il controllo militare israeliano. La chiusura di Shuhada street è legata ai circa 600 coloni israeliani - tra i più fondamentalisti e violenti dell'intera Cisgiordania - che vivono nella città, contro i 600 mila palestinesi che abitano nel distretto di Hebron. La storia di questa strada ha radici profonde, anche la sua chiusura risale al massacro della moschea di Abramo del 1994.
Dalla fine degli anni '70, l'esercito israeliano avviò la demolizione di case nell'area, chiudendo il fiorente mercato agricolo per costruire il nuovo insediamento di Avraham Avinu. Nel 1984, i militari occuparono la stazione degli autobus nel centro della città per “ragioni di sicurezza” e la trasformarono in un avamposto militare. Tra il 2000 e il 2003, 377 giorni di coprifuoco vennero imposti nell'area. Il check-point separa le famiglie, impedisce ai palestinesi l'uso della macchina e li costringe a continui interrogatori e controlli.
Nel 2006 il governo israeliano ha affermato che Shuhada street è stata chiusa “per errore”: la strada venne allora riaperta per tre giorni e poi nuovamente chiusa. Nel 2007 la corte suprema israeliana sanciva il permesso d'ingresso nella strada ai palestinesi. L'esercito, tuttavia, non ha mai attuato questa decisione.
Un abitante dell'area spiega con queste parole – raccolte nel rapporto Ghost Town dell'associazione israeliana B'Tselem – la vita quotidiana nella città: “Ogni volta che ritorno a casa, la polizia mi ferma al check-point, mi chiede chi sono, dove vivo, fruga nei miei averi, persino nei sacchetti del cibo. Ogni volta devo spiegare dove vivo e che la mia casa è davanti al check-point. Per noi è semplice uscire di casa, ma è difficile rientrarvi. La cosa più difficile è essere separati della famiglia e dagli amici, che non sono autorizzati a venirci a trovare. Ma non ho mai pensato di andarmene, nonostante queste condizioni di vita”.
La violenza dei coloni israeliani è una tragica realtà quotidiana: uno dei simboli è la scuola elementare per bambine di Qurtuba, vicino a Shuhada street. Le bambine sono vittime di aggressioni quotidiane, come testimoniano le organizzazioni che svolgono interposizione nonviolenta nell'area, tra cui i Christian Peacemaker Teams e il corpo civile di pace del Consiglio ecumenico delle Chiese, l'EAPPI.
Ieri le manifestazioni non hanno coinvolto solo la Cisgiordania, ma anche numerose città in tutto il mondo: in Europa Edimburgo, Dublino, Berlino, Brighton, Londra, Praga, Varsavia, Cambridge, Copenaghen; negli Stati Uniti Indianapolis, Middletown, Columbus, New York, Berkeley, Philadelphia e Milwaukee; Città del Capo in Sudafrica e Sidney in Australia sono alcune delle città dove si sono svolte azioni di protesta per la riapertura di Shuhada street.
La giornata internazionale di mobilitazione è stata organizzata da Youth Against Settlements, organizzazione palestinese con sede a Hebron; Ta'ayush, associazione israelo-palestinese d'interposizione nonviolenta; il comitato sudafricano per la riapertura dell'arteria; giovani israeliani riservisti (refuseniks) e media indipendenti in Israele.